MarkeThings #130
Come fanno a Los Angeles e nel resto degli USA senza il bidet?
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A Los Angeles hanno lanciato una campagna di marketing olfattivo davvero geniale.
E mentre Gerry Scotti crea il suo metaverso, la RAI mette una stretta all’uso di video e voce realizzati con AI negli spot istituzionali.
Vediamo tutto tra poco.
Dai che partiamo: 3, 2, 1… go!
Notizia 1: Una bella stretta della RAI all’utlizzo dell’AI
Gli spot dello Stato non parleranno con voci finte. C’è una nuova regola per chi fa pubblicità per conto delle istituzioni, e riguarda l’intelligenza artificiale.
Il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio ha firmato una circolare che stabilisce come si possono, e come non si possono, realizzare gli spot che vanno negli spazi gratuiti della Rai, quelli delle campagne di pubblica utilità.
La sintesi è semplice: negli spot istituzionali niente attori digitali e niente voci sintetiche, la recitazione e l’audio devono essere di persone vere.
Ci vogliono attori, speaker, doppiatori in carne, ossa e corde vocali. L’AI però non è bandita del tutto, e qui sta la parte interessante. Può ancora entrare in scena per le animazioni, le elaborazioni grafiche, le immagini di repertorio e la post-produzione su materiale già girato con interpreti umani. Quello che non si può più fare è generare tutto lo spot con l’IA e mandarlo in onda come se niente fosse.
Ogni contenuto che usa strumenti di IA dovrà mostrare la dicitura “Realizzato con contributo IA” all’inizio dello spot, ben visibile per almeno sette secondi. Non una scritta piccola nei titoli di coda: sette secondi, in apertura, dichiarati. È lo stesso principio di trasparenza che l’AI Act europeo e la legge italiana sull’IA (la n. 132 del 2025) stanno spingendo su tutti.
Le motivazioni ufficiali sono due:
Da un lato la credibilità della comunicazione pubblica: lo Stato che ti parla non può farlo con un avatar
Dall’altro la tutela di un comparto, quello dei doppiatori e degli attori, che l’automazione sta guardando con un certo appetito
Il segnale, al netto del perimetro ristretto (parliamo solo di spazi istituzionali sulla Rai), è chiaro: la trasparenza sull’IA smette diventa una casella obbligatoria da spuntare, non più un optional.
Notizia 2: come si sopravvive a Los Angeles senza bidet? Annusando un cartellone
Come fanno a Los Angeles senza il bidet? A quanto pare usano Goodwipes.
E per dirlo alla città, il brand di salviette “davvero scaricabili” ha piazzato un billboard che non si guarda: si annusa.
Questa affissione rilascia un profumo ogni 30 secondi, con la creatività che ruota tre volte.
Headline: “Scent Sational Butt Wipes”. Di fianco, la sfida: “Come Take a Whiff”, vieni a farti un’annusata.
Non stanno vendendo una salvietta. Stanno trasformando la parte del corpo di cui nessuno vuole parlare in un motivo per fermarsi in strada e respirare. Questo è OOH sensoriale fatto bene: prendi il prodotto più imbarazzante da nominare e lo rendi l’unico cartellone che la gente vuole toccare.
Dietro c’è Quan Media Group, l’agenzia che fa solo out-of-home per i brand DTC (quelli nati online che scoprono la strada come nuovo canale).
Il gioco che fanno con Goodwipes lo conoscono: già viste pareti scratch-and-sniff per Billie e affini. Qui hanno alzato l’asticella con l’olfattiva.
Ma il pezzo forte è il founder.
Sam Nebel si firma “King of Wipes” e su LinkedIn celebra ogni singolo traguardo del brand come fosse una finale di Champions: il billboard, l’ultimo scaffale conquistato, l’essere diventati la salvietta numero 1 in New England.
Nessuna milestone è troppo piccola per un post.
E funziona. Perché mentre i competitor fanno finta che il momento bagno non esista, Goodwipes ci costruisce sopra un billboard, una scia profumata e un re.
Notizia 3: Pepsi e la battuta sul “permesso”: come trasformare un gusto in un “funerale”
C’è un modo semplice per far parlare di un gusto minore del tuo portfolio: scrivere qualcosa che nessuno dimenticherà.
Purtroppo però, questa cosa funziona anche in senso negativo.
Su Threads Pepsi ha lanciato Wild Cherry con una post di una riga, apparentemente innocua:
Solo che “asking for permission” ha un peso diverso in base a chi legge, infatti una fetta di utenti ci ha visto una battuta sul consenso. E da lì, valanga. Il post resta online qualche ora, poi sparisce.
Il 7 luglio arriva il classico comunicato di scuse del giorno dopo, ma non è bastato.
Quando metti vicino un prodotto a qualcosa che suona come “prendersi ciò che vuole senza chiedere” apri un tema di attualità come il consenso. E allora stai rischiando grosso. Infatti a Pepsi la situazione è esplosa in mano, come se avessero messo dentro una caramella Mentos nella sua bottiglia.
Chiaro, c’è anche chi ha difeso il brand. Ma il post si giudica su come viene preso dal pubblico. E questo è stato preso male, molto male.
Risorsa #1: Vercel
Con tutto questo vibe coding c’è la necessità di mettere in piedi siti web e interfaccia in tempo zero. Ed ecco che arriva Vercel.
È una piattaforma che gira in cloud e permette agli sviluppatori di pubblicare (fare il deployment) e gestire applicazioni web e agenti AI in modo rapido e automatico.
Il flusso migliore, per esempio, è questo: Claude genera codice → Lo porta da solo dentro GitHub → Connetti a Vercel e lui fa il deploy, così ottieni un link (personalizzabile) da condividere.
Il bello? Se non è sotto “business purpose” è free.
Risorsa #2: ChatGPT Voice
Se lo hai provato in passato, non ha nulla a che vedere con il precedente. Il video di presentazione è bellissimo.
Nella settimana in cui RAI annuncia le limitazioni c’è invece chi, nel corso di questi mesi, ha fatto un lavoro importante e ci ha creato campagne intere, come quella di Gerry Scotti con Honor nel suo Gerryverso.
È un caso in cui la tecnologia viene integrata nel prodotto, poi trova spazio per essere raccontata, e amplificata, da un personaggio che strizza molto bene l’occhio al target.
Se ti sei perso questa nostra #adv, vai a recuperarla.
Per questa settimana è tutto.
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